Mar 3, 2025 | Articoli

Morire per Kiev? No grazie!

Domenico Gallo

Domenico Gallo

Macché “morire per Kiev”, serve il cessate il fuoco

Di Domenico Gallo

2 Marzo 2025

La ovvia riprovazione per la brutalità con cui Trump si dedica a distruggere ogni forma di diritto nelle relazioni fra gli Stati e nelle dinamiche interne dello Stato di diritto, per affermare il predominio della forza (la sua) come unica regola, non può fare da velo alle questioni reali che si celano dietro lo scontro fra il presidente Usa e Zelensky alla Casa Bianca. Non v’è dubbio che Trump ha allestito uno spettacolo scenico per bastonare e umiliare in mondovisione il suo vassallo ribelle Zelensky. E non v’è dubbio che Zelensky ha reagito con dignità rifiutando di piegarsi agli ordini del “comandante in capo”.

Questa sua resistenza agli insulti e alle minacce di Trump lo ha trasformato in una figura eroica agli occhi dei leader europei che si sono affrettati a dichiarare incrollabile solidarietà all’Ucraina (rectius al governo Zelensky), a cominciare dal premier inglese Starmer, che ha convocato per domenica a Londra una riunione urgente per discutere una strategia di sostegno a Kiev. In Italia i media hanno elevato un coro unanime strappandosi le vesti per l’Ucraina abbandonata dagli Usa. Si sono elevati toni poetici: “Adesso l’Ucraina sta sola sul cuor della terra trafitta da un raggio di sole. Per capire se sia subito sera bisogna interrogare l’Europa, o quel che ne resta. Tocca all’Unione decidere se restare al fianco di Zelensky e a questo punto, davvero, ‘morire per Kiev’” (Massimo Giannini su Repubblica).

“Morire per Danzica?” è l’interrogativo rimasto tristemente famoso che si pose il politico francese Marcel Deat, in un articolo pubblicato sul quotidiano l’Oevre nel maggio del 1939, di fronte alla prospettiva della guerra che si stava materializzando in Europa. Ripescare lo stesso aforisma, sostituendo Danzica con Kiev ci suggerisce che l’Europa deve mettere in conto di scendere in guerra e quindi di far morire i suoi figli per la gloria di Zelensky, con la differenza che la Russia non è il Terzo Reich, malgrado le farlocche comparazioni dei politici nostrani, e che oggi dalla guerra non può venire la salvezza per nessuno.

Ci permettiamo, quindi, di dissentire e uscire dal coro. L’Ucraina è un paese martoriato da una guerra assurda che si sarebbe potuta evitare se gli Usa non avessero preteso di trasformare questo territorio nella lancia della Nato nel costato della Russia. La pretesa di far recuperare all’Ucraina manu militari i territori perduti dopo il 2014, a seguito della dichiarazione d’indipendenza della Crimea e della secessione della popolazione russofona del Donbass, è stata una scelta politica folle che ha perseguito un obiettivo impossibile con l’unico effetto di prolungare un conflitto che si poteva chiudere dopo due settimane, causando lo sterminio di un’intera generazione di giovani ucraini e distruzioni incommensurabili. Un conflitto militare simmetrico tra un forte e un debole vede sempre vincitore il più forte. La Russia ha una capacità militare superiore, una produzione bellica che non si esaurisce e il tempo gioca a suo favore. L’Ucraina, invece, si trova in un logoramento crescente, con risorse che si assottigliano e l’aperta ribellione dei suoi giovani che non vogliono più essere mandati al macello. Zelensky lo sa e ha cercato fin dall’inizio di coinvolgere direttamente la Nato nella guerra, come dimostra – fra le altre cose – la sua persistente richiesta di una no fly zone che avrebbe comportato il rischio di uno scontro diretto fra potenze nucleari. Di fronte al rifiuto di Zelensky di negoziare con la Russia, espresso chiaramente quando ha affermato che “Putin è un assassino e un terrorista”, Trump nella sua follia ha detto una cosa giusta: “Stai giocando con la vita di milioni di persone, stai giocando d’azzardo con la Terza guerra mondiale”.

La reazione allo strappo di Washington non può essere quella di far rullare in Europa i tamburi di guerra e di inseguire Zelensky nella sua politica suicida. Le proposte di incrementare gli aiuti militari, o addirittura di inviare delle truppe di paesi europei in Ucraina, di spingere ulteriormente la corsa al riarmo sotto il mito della “difesa europea”, non favoriscono la fine del conflitto, ci mettono in un vicolo cieco in fondo al quale c’è un bagno di sangue. Solo il cessate il fuoco può salvare l’Ucraina dalla sua distruzione. L’Europa può e deve intervenire ma deve cambiare registro. Non si può premiare una politica di nazionalismo esasperato che ha provocato la rottura della convivenza fra i due popoli e fornito l’alibi per lo scontro fra eserciti. Riconciliazione, deve essere la parola magica che deve guidare una diplomazia votata a costruire la pace.

Domenico Gallo

Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

2 Commenti

  1. Augusto Cacopardo

    Ottimo Domenico, condivido pienamente quello che scrivi, ma sono un po’ perplesso sull’interpretazione che dai del plateale scontro della Sala Ovale. Il fatto che si trattasse di una messa in scena orchestrata da Trump sembra evidente se si considera che colloqui del genere non sono mai stati allestiti in diretta mondovisione, anzi sono di solito condotti in modo riservato con conferenza stampa alla fine.
    Ma dopo aver seguito per intero i 50 minuti dell’incontro ne sono uscito con l’impressione che Zelenski si sia comportato con una certa arroganza. Si è caparbiamente opposto a ogni proposta che riguardava il negoziato, argomentando che i russi torturavano (con foto in mano), rapivano i bambini e che non si poteva puntare a un cessate il fuoco perchè Putin sicuramente non lo avrebbe rispettato. Fino a spingere Trump a pronunciare quella frase che – pur nella follia trumpiana – giustamente definisci una cosa giusta. Non mi sembrava che Zelenski apparisse come uno che si opponeva con dignità agli ordini del comandante in capo. A me è sembrato piuttosto un folle che rifiutava ogni prospettiva di pace, costasse quel che costasse al suo paese.

    P.S. Vergognoso poi che inostri media mainstream abbiano interpretato la frase di Trump sulla guerra nucleare come una minaccia a Zelenski invece che un giusto avvertimento sui rischi che comporterebbe proseguire la guerra. Ma c’era da aspettarselo.

    Augusto

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    • Domenico Gallo

      dopo aver letto il testo dell’intera conversazione, mi sono reso conto che il comportamento di Zelensky è stato arrogante e provocatorio

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