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Aggressione, la parola che non c’è

Aggressione, la parola che non c’è

Le parole sono importanti, la parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva e di manipolazione delle masse. Dal 24 febbraio del 2022 siamo stati sommersi da un diluvio di parole di finta indignazione. L’aforisma: “c’è un aggredito e un aggressore” è stato condito in tutte le salse. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata costantemente qualificata come brutale, ingiustificata e non provocata. Fiumi di inchiostro sono stati versati nelle dichiarazioni dei vertici dell’Unione Europea e nelle Risoluzioni del Parlamento europeo, per esternare l’indignazione verso un’azione militare che calpestava il diritto internazionale e per esecrare i crimini di guerra della Russia, che sono stati finanche numerati (40.000). L’Ucraina è stata istigata a combattere e a sacrificare la vita dei suoi figli – invece di cercare la pace attraverso un compromesso – perché non si poteva deflettere dal mantra di “un mondo basato sulle regole”, anche a costo di qualche milione di morti. I documenti che hanno inflitto diciannove ordini di sanzioni alla Russia sono stati tutti lastricati da richiami ai principi e alle norme della Carta dell’ONU e delle Convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto bellico.

Invece, di fronte al genocidio a Gaza prima e all’attacco all’Iran oggi, le parole d’indignazione delle élites europee stranamente non hanno trovato voce e di sanzioni non si è nemmeno parlato. Anzi si è tirato fuori lo spettro dell’antisemitismo per fare da schermo alle atrocità indicibili commesse da Israele. Dopo il bombardamento del Venezuela e il rapimento di Maduro, ci ha pensato Trump a spazzare via il feticcio del “mondo basato sulle regole” che la NATO e l’Unione Europea avevano agitato contro la Russia, disvelandone la falsità. Alla domanda dei giornalisti del New York Times«C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», l’8 gennaio Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni». Siamo, purtroppo abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da parte degli USA e di altri attori internazionali, ma dopo le azioni e le dichiarazioni di Trump c’è qualcosa in più. Adesso le regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo Statuto dell’ONU, sono state apertamente ripudiate e sostituite dalla restaurazione della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle regole”, l’imperatore dell’Occidente ci informa che l’unica regola che riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza.

La legge della giungla è restaurata a livello planetario. Come ha osservato Luigi Ferrajoli (il Manifesto, 1° marzo): «l’umanità è regredita allo stato di natura, per di più nucleare, dominato da pochi despoti, tutti armati, violenti, esaltati e spregiudicati».

Il paradosso è che i nostri leader e i leader europei, che si sono stracciati le vesti mostrando di voler punire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia, di fronte a questo atto di aggressione, brutale, ingiustificata e pilotata dallo Stato terrorista di Israele, non hanno le parole per dirlo, per uscire fuori dalla finzione e chiamare questo attacco per quello che è: un atto di aggressione ai sensi dell’art. 2 della Carta dell’ONU, un crimine internazionale ai sensi dell’art. 5 dello Statuto della Corte penale internazionale. Giorgia Meloni, come Ursula von der Layen, come Roberta Metsola, come la Kaja Kallas si sono limitate a qualche pigolio, mostrandosi preoccupate per lo sviluppo della situazione (e ne hanno ben motivo!). La Kallas ha aggiunto che l’UE sta coordinandosi con Israele e paesi arabi per lavorare verso una soluzione negoziata, notando che i programmi nucleari e missilistici dell’Iran sono considerati una minaccia alla sicurezza globale. In altre parole, l’Alta rappresentante della politica estera dell’UE non ha trovato niente di meglio, per mascherare la connivenza con USA e Israele, che riesumare la falsa foglia di fico delle armi di distruzione di massa che gli Usa invocarono nel 2003 per giustificare l’aggressione all’Irak.

A questo punto, poiché tutte le finzioni sono cadute, bisogna ridare alle parole quel senso di cui sono state spogliate e chiamare le cose con il loro nome. Le sanzioni che l’UE ha imposto alla Russia non sono atti emanati a garanzia del rispetto del diritto internazionale, bensì sono una forma di partecipazione alla guerra contro la Russia con altri mezzi. Sono atti di ostilità che si inquadrano in un confronto fra potenze fondato sulla forza. Abbiamo visto come questo confronto in Europa abbia causato una catastrofe di stragi senza fine, di distruzioni fisiche ed ambientali e una crescente insicurezza a cui nessun processo di riarmo può mettere rimedio. Adesso si è aperto un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente che renderà sempre più insicura la vita della Comunità internazionale, come ha insegnato la dolorosa esperienza della guerra all’Irak. Dobbiamo denunciare il servilismo delle classi dirigenti europee verso il delirio di potenza di Trump, cominciando a smascherare la falsità delle loro parole.

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